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Quella volta che…la Pole di Biaggi e le mani ustionate

a cura di Redazioneil sabato, 5 dicembre 2009, ore 10:12

Max 92_Enrico small200People@MotodaysEnrico Folegnani lavora nel settore motociclistico da oltre 30 anni, è stato responsabile tecnico per piloti come Fred Merkel, Carlos Lavado, Aaron Slight, Troy Corser, Tetsuya Harada, Piefrancesco Chili, Haruchica Aoki, Max Biaggi e altri ancora. Ha vinto 3 titoli mondiali con Harada, Corser e Biaggi. Dopo l’attività racing ha lavorato come Responsabile Ricerca e Sviluppo per Mondial Moto (modello Piega) e Bimota (modello DB5). Attualmente oltre alle consulenze in ambito Racing, progetta e realizza con un suo marchio (EFC) accessori per moto (per adesso stradali) e non, in carbonio e materiali compositi.

Enrico racconta in esclusiva a People un episodio che fa capire come spesso “dietro un ottimo risultato si nascondono problemi, fatiche e momenti di panico”.

” Siamo nel 1992, campionato mondiale velocità 250, è l’anno del debutto di Max Biaggi. Il team è quello di Alessandro Valesi (Valesiracing) e la moto è un’Aprilia RSV 250.

Ci troviamo in Germania, ad Hockenheim. Il circuito, lungo e veloce, attraversa zone di bosco nelle quali l’aria è molto più fresca e la temperatura più bassa per cui è necessario stare molto attenti alla carburazione per non rischiare grippaggi.

Per la prima volta usiamo il cambio cosiddetto automatico, eravamo agli albori, non c’erano le celle di carico e nemmeno la possibilità di settare il tempo di taglio con il computer. Oggi, con i sensori attuali ed il computer, puoi agire sia sulla sensibilità del sensore di pressione che sul tempo di taglio della corrente e lo puoi fare per ogni marcia.

Questo è molto importante perché sia la pressione sia il tempo di cambiata sono molto diversi tra le prime e le ultime marce.

Al confronto, quello che usavamo noi era primitivo, tutto meccanico. Il carico era regolato da una molla e il taglio da un magnete posizionabile. Il settaggio doveva poi andare bene per tutte le marce per cui si trattava di trovare un compromesso, andava bene ma non poteva essere preciso per tutte le marce. In squadra avevamo anche Pierfrancesco Chili, pilota già molto esperto che non ha avuto problemi ad usarlo e si è facilmente adattato al nuovo sistema.

Max era molto giovane ed esuberante, guidava molto d’istinto e faticava ad esercitare sempre la stessa pressione ad ogni cambio di marcia per cui, al primo turno, abbiamo rotto il cambio.

Durante il secondo turno di prove abbiamo cercato la migliore messa a punto possibile tra il sistema per cambiare senza chiudere il gas ed il piede di Max ma, sul finire delle prove, il cambio ha ceduto un’altra volta. Naturalmente, ci siamo chiesti se fosse il caso di continuare a girare visto che eravamo impegnati in una prova di campionato e non in test privati, Max però era deciso ad usarlo. Nel frattempo, dovevamo anche cercare le giusta messa a punto della ciclistica e del motore e, francamente, in quel momento la cosa ci faceva perdere un sacco di tempo. Per fortuna gli ingranaggi che si rompevano erano sempre gli stessi, questo consentiva al pilota di poter rientrare al box senza necessariamente dover abbandonare la moto lungo la pista.

Anche il sabato mattina, una delle due moto ha rotto il cambio. Arriviamo così al sabato pomeriggio, ultimo turno di prove ufficiali con la ormai consueta paura che si rompesse di nuovo.

A circa metà turno ho visto Max che procedeva molto lento, ci siamo allertati ed abbiamo preparato immediatamente tutto l’occorrente per ripristinare il cambio. Infatti si era rotto ancora. Siamo partiti a razzo, abbiamo sollevato la moto come fosse di gommapiuma e, una volta sul banco, siamo partiti al lavoro. Potete immaginare la temperatura del motore in quel momento, ci siamo praticamente ustionati le mani, abbiamo finito e siamo riusciti a far rientrare Max a pochi minuti dalla fine del turno. Giusto in tempo per fare un paio di giri, Max è riuscito a fare la Pole Position ma anche a rompere di nuovo il cambio nel giro di rientro ai box. Certo era stata dura, ma la Pole di quel pomeriggio ci aveva fatto dimenticare la cassetta piena di ingranaggi rotti. Il bello è venuto dopo, una volta calata la scarica adrenalinica della Pole ci siamo chiesti:” cosa facciamo per la gara? Lo usiamo?O non lo usiamo?”

Devo dire che personalmente non ero favorevole, ma Max era convinto di poterlo usare senza problemi e, alla fine , ha convinto anche me.

Abbiamo corso usando ancora il cambio automatico, per tutta la gara non abbiamo avuto alcun problema e Max ha fatto una delle sue gare più belle finendo al secondo posto, tra Chili e Reggiani, tre italiani su tre Aprilia sul podio di Hockenheim 1992. Da questa gara in poi l’abbiamo sempre usato senza problemi”.


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